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giovedì 7 febbraio 2013

La polizia svela la truffa costruita dietro alle autoimmolazioni nel Nord-Ovest della Cina


La polizia svela la truffa costruita dietro alle autoimmolazioni nel Nord-Ovest della Cina


Hou Qiang

XINING, 7 Febbraio (Xinhua) – Un totale di 70 sospetti criminali sono stati catturati dalla polizia a Huangnan nel nord-ovest della provincia cinese del Qinghai in connessione a una serie di casi di autoimmolazione avvenuti dal novembre 2012, ha riferito un alto funzionario delle forze dell'ordine giovedì scorso.

Lyu Benqian, viceresponsabile del Dipartimento di Pubblica Sicurezza della Provincia del Qinghai, ha detto che dodici sospetti sono stati ufficialmente arrestati dopo i casi di autoimmolazione a Huangnan.

La polizia rafforzerà a fondo gli sforzi indagando sui casi e punendo seriamente chi ha incitato persone innocenti a commettere l'autoimmolazione.

La cricca del Dalai Lama ha architettato e incitato le autoimmolazioni, ha detto Lyu, che è anche a capo di una squadra speciale della polizia che investiga sulle autoimmolazioni. Informazioni personali, come foto delle vittime, sono state spedite all'estero per promuovere questa pratica.

"Molte delle vittime erano frustrate e avevano un atteggiamento pessimista nei confronti della vita, volevano guadagnarsi rispetto con le autoimmolazioni", ha detto Lyu analizzando il motivo di questa pratica.

"Nel frattempo, pochi individui con un forte senso di nazionalismo estremo hanno mostrato compassione con gli autoimmolatori e hanno seguito il loro esempio", ha aggiunto.

I casi erano influenzati dal separatismo della cricca, come dal fatto che il Dalai Lama ha pregato per gli autoimmolatori e i separatisti tibetani all'estero ostentandoli come "eroi".

Le autoimmolazioni nelle vicine province di Sichuan e Gansu incoraggiano molti altri gesti simili, ha aggiunto l'ufficiale.
 
Frustrazione
Jinpa, un monaco per dieci anni del Monastero di Rongwo, si è dato fuoco ed è morto nella piazza Culturale di Regong, l'8 novembre 2012.

Secondo Jigme Tenzin, il suo migliore amico, Jinpa aveva ripreso la vita laica dopo essersi innamorato di una donna, ma dopo scoprì che era una prostituta e si separò da lei.

L'amico ha anche detto che Jinpa disse di essere triste per essere stato disprezzato dalla famiglia, in seguito alla scelta di abbandonare la vita religiosa e ha pensato che i monaci e la gente del posto avrebbero pregato per lui se si fosse autoimmolato. La notte prima della sua morte, i due avevano guardato un programma TV in lingua tibetana su Voice of America, che riportava notizie sulle autoimmolazioni.

Kyihe Monkyi, una donna di 26 anni, divorziata, è morta tramite questa pratica il 17 novembre nella municipalità di Rongwo. Secondo il rapporto della polizia ha avuto relazioni sessuali con molti uomini, conducendola al divorzio.

La sua famiglia le chiese di riunirsi col suo marito per il bene dei suoi figli. Non potè reggere la pressione e si mise in fiamme il giorno prima che la famiglia aveva organizzato per la ripresa del suo matrimonio.
 
Kyihe Monkyi, una tassista che partecipò al funerale di Jinpa. Mostrò compassione e culto per gli autoimmolatori definendoli eroi. Al funerale di Jinpa, monaci e gente del posto fecero donazioni.

Le indagini della polizia hanno dimostrato che molte persone si sono date alle fiamme per ottenere "fama" e un guadagno economico.

Truffa
Lyu ha detto che, il 15 novembre dello scorso anno Tamzin Zhoima, una ragazza di 23 anni, si è data fuoco. Il 22 novembre suo padre Urglo ha contattato persone all'estero tramite intermediari internazionali, pianificando di offrire 25,000 yuan (circa 3,980 dollari americani) da destinare al Dalai Lama e ai monaci Indiani per recitare scritture buddiste per sua figlia.

"Le indagini hanno mostrato che 8,000 yuan erano destinati ad essere dati direttamente al Dalai Lama e il resto ai monaci che avrebbero partecipato al rituale", ha detto Lyu.

Ha anche aggiunto che: "Il denaro non è stato rimesso, anche se persone all'estero hanno anticipato la tassa per lui. Ci sono forti prove per dimostrare che la cricca del Dalai Lama reclama la vita e truffa le persone".

Phagpa, un giovane tibetano di Dowa, ha partecipato al funerale di sei autoimmolatori, compreso Jinpa. Ha offerto donazioni per le loro famiglie e ha lavorato a diffondere le idee del separatismo e dell'"indipendenza tibetana".

Secondo quanto detto dalla polizia, Phagpa stesso ha convinto un monaco di 24 anni, Drolma Je, ad autoimmolarsi, ma il monaco è stato scoperto dai suoi parenti e gli è stato impedito di compiere il gesto.

Nel 2005, Phagpa abbandonò clandestinamente la Cina per l'India, dove ricevette un addestramento in un istituto speciale creato dalle forze separatiste della cricca del Dalai Lama.

Dopo il suo ritorno nel luglio 2011, Phagpa lavorò come insegnante e organizzò corsi gratuiti di inglese. Nel luglio 2012, entrò a far parte di un'associazione illegale a Tongren e consegnò a nome degli organizzatori materiale propagandistico ai funerali degli autoimmolatori.
 
L'8 novembre 2012, Phagpa portò più di 50 alunni delle scuole elementari e pastori locali davanti al governo della città di Dowa, gridando slogan relativi all'"indipendenza tibetana".

Drolma Je ha detto che conosceva Phagpa prima del suo viaggio in India, incontrandolo in giugno e luglio dello scorso anno. Phagba gli disse "l'autoimmolazione sarà favorevole al ritorno del Dalai Lama in Tibet e un fatto positivo per i tibetani".

Phagpa e Drolma Je sono stati incarcerati rispettivamente con l'accusa di omicidio e minaccia alla pubblica sicurezza.

Traduzione dall'inglese di Andrea Parti

Nuovo documentario di CCTV sulle autoimmolazioni

CCTV ha rilasciato il secondo documentario sulla vicenda delle autoimmolazioni.
Il primo, può essere visto qui
 
 


martedì 29 gennaio 2013

Monaco incita persone al suicidio


Mu Xuequan
Monaco incita persone al suicidio
ABA, Sischuan, 28 gennaio (Xinhua)
Di fronte all'accusa di omicidio, il monaco di alto rango Lorang Konchok non ha mostrato alcuna espressione quando si è seduto al seggio degli imputati in una corte nel suovest della Cina, nella provincia del Sichuan.

L'uomo di 40 anni e il suo nipote di 31, Lorang Tsering, sono stati accusati di aver incitato otto persone ad autoimmolarsi, tre di queste sono morte lo scorso anno. Sono stati processati sabato mattina dalla Corte intermedia del Popolo della prefettura di Aba.

Vestito con un piumino nero, dall'apparenza è difficile dire che questo monaco Geshe, un onorevole alto grado accademico per i monaci tibetani, abbia potuto sfruttare la sua posizione religiosa.

Vicino a lui, Lorang Tsering, con un cappotto invernale nero e blu scuro, sembrava confuso.

L'aula era composta da più di 130 persone incluse le famiglie, gli amici degli imputati, giornalisti e legislatori locali.

Gli avvocati erano stati nominati d'ufficio, dato che gli imputati avevano deciso di non assumerne alcuno. Per il procedimento sono stati convocati anche traduttori tibetani. Il processo è stato condotto sia in mandarino che in tibetano.

Un procuratore ha letto il verbale dell'interrogatorio di Lorang Konchok, dicendo che ricevette una chiamata da Samtan, una vecchia conoscenza che vive all'estero, dopo che il monaco del monastero Kirti, di nome Tapey si autoimmolò nel 2009.

Samtan chiese a Lorang Konchok di incitare molte altre persone ad autoimmolarsi, di raccogliere e spedire all'estero informazioni sui suicidi.

Samtan, 31 anni, scelse di seguire Lorang Konchok come maestro al monastero Kirti e poi lasciò il paese illegalmente. Adesso è una figura chiave di "Squadra di collegamento mediatico del monastero Kirti" un'organizzazione all'estero per "l'indipendenza del Tibet" della cricca del Dalai Lama.

Le prove della polizia hanno mostrato che Lorang Konchok ha fatto 95 telefonate a vari numeri all'estero, incluso un numero indiano da gennaio ad agosto 2012.

Il procuratore ha detto che Lorang Konchok ha chiamato i suoi contatti all'estero ogni volta dopo i cinque casi di autoimmolazione avvenuti a Aba, durante questi mesti

Lorang Konchok ha occasionalmente annuito durante l'interrogatorio e non ha mosso obiezioni alle accuse.

Ha confessato che, usando la posizione di Geshe, ha detto ai monaci locali e seguaci che l'autoimmolazioni non erano contro le dottrine buddiste e coloro che le praticavano erano degli "eroi".

Secondo la sua deposizione in tribuale, Lorang Konchok ha anche promesso di promuovere le loro azioni all'estero attraverso i suoi contatti, così che le famiglie fossero conosciute ed onorate.

Quando gli è stato chiesto se avesse mai pensato ad autoimmolarsi, replicò: "Non oso. Ho paura della morte. Ho paura del dolore".

Tra le persone che si sono date fuoco, sotto l'influenza di Lorang Konchock, c'erano due giovani monaci. Lorang Tsedrup di 23 anni, Tsenam di 19, come anche Jokba il pastore diciannovenne di Aba. Sono tutti morti.

Secondo i pubblici ministeri, Jokba fu presentato a Lorang Konchok da Lorang Tsering. Lorang Konchok aveva continuato a parlargli della nobiltà dell'autoimmolazione e promesso di mandare un suo messaggio alla famiglia dopo la sua morta.

Nella loro dichiarazione di chiusura, i pubblici ministeri hanno detto che Lorang Konchok e Lorang Tsering hanno infranto la legge, violanto la coscienza e la dottrina buddista dell'Ahimsa, o "non uccidere".

Hanno anche detto che, secondo il diritto penale, ogni vita umana è sotto la protezione della legge e privare qualcuno della sua vita è illegale e omicidio intenzionale.

Quello che i sospettati hanno fatto è una sfida alla legge cinese e un atto di estrema indifferenza nei confronti della vita di altre persone, dannosa per l'armonia etnica e la stabilità sociale delle regioni abitate da tibetani.

Hanno commesso il crimine in Cina sotto direzione estera e le informazioni che hanno spedito oltreconfine sono state diffuse dai media internazionali, causando un impatto negativo.

I due sospetti si sono dichiarati colpevoli e hanno espresso rammarico per l'accaduto, i loro avvocati hanno chiesto una riduzione della pena.

Dopo quattro ore di processo, la corte si è aggiornata.

"Lorang Konchok ha infranto la legge", ha detto dopo il processo ai giornalisti Jamtso, il fratello di 45 anni di Lorang Konchok.

Surchung, lo zio di Lorang Tsering da parte di madre, ha detto alla Xinha che spera che Lorang Tsering possa migliorare se stesso in prigione.

"Non ha studiato molto. Non conosce le leggi", ha detto Surchung "Spero solo che la sua vita possa diventare migliore e più stabile".
 
Traduzione dall'inglese di Andrea Parti
 

lunedì 28 gennaio 2013

Storia di un potenziale autoimmolatore

Il presente post tratta una serie di articoli del sito tibet.cn, riportati in questi giorni da CCTV e riguardanti una testimonianza sul fenomeno delle autoimmolazioni di giovani monaci in Tibet.


 Storia di un potenziale autoimmolatore
Zhang Hao

Nota: Un comune giovane tibetano, un giovane lama praticante il buddismo, che si è quasi dato fuoco, è stato abbandonato dai suoi istigatori. Che ruolo gioca il "governo tibetano in esilio" in questa causa? Che bugie e che verità sono nascoste dietro le fiamme? Oggi, Cina Tibet Online pubblicherà la storia di un giovane buddista, un potenziale autoimmolatore.

Sono stato costretto dal "governo tibetano in esilio"
Nell'occasione del cinquantesimo anniversario della pacifica liberazione del Tibet nel maggio del 2001, fu riportato dai media un tentativo di autoimmolazione messo in atto da Gyatso e incitato dalla cricca del Dalai Lama.

Mettendo in atto le istruzioni del Dalai Lama e dei suoi seguaci, fu ordinato al giovane di darsi fuoco nella piazza del tempio di Jokhang a Lhasa mentre Thubten, il suo "assistente" doveva fotografare la scena e mandare la registrazione ai media stranieri.

Ma, a causa di una fuga di notizie, Gyatso e Thubten furono catturati e incarcerati dalla polizia, sancendo il fallimento dell'autoimmolazione.

Gyatso è un "eroico combattente per l'indipendenza" o soltanto uno strumento politico nelle mani del Dalai Lama? Che ruolo ha Gyatso nell'imprevedibile macchinazione?

Dobbiamo rilevare che, una volta che l'episodio dell'autoimmolazione è venuto alla luce, il governo tibetano in esilio, istigatore della vicenda, ha immediatamente pubblicato un articolo del suo "portavoce" sul suo sito ufficiale chiarendo la "verità". Ha immediatamente negato di aver incitato persone ad autoimmolarsi e ha indicato che questa pratica è contraria alla disciplina buddista.

Quando questa dichiarazione è stata rilasciata sul sito, Gyatso non ha potuto credere che, il "Dusum Legong" (o il dipartimento per la sicurezza del "governo tibetano in esilio") che lo ha condotto passo dopo passo nel campo dell'autoimmolazione, lo avesse abbandonato.

"Sono dispiaciuto che mi abbiano abbandonato. Non possono negare. Come possono dire che non avevano niente a che fare con me?" ha detto Gyatso con rabbia, sottolinendo di voler raccontare la sua storia per informare la gente.

Non si torna indietro
Nato nella provincia del Qinghai nel nordovest della Cina, Gyatso, il cui nome laico è Rigzin, non pensò mai di intraprendere un sentiero senza ritorno quando lasciò la casa all'età di 19 anni e diventò un monaco nel monastero di Tsangar, nella circoscrizione di Tongde, nella prefettura autonoma tibetana di Hainan della provincia di Qinghai. Da allora, ha sempre sognato di essere un monaco colto e rispettabile, grazie al duro lavoro.

I dodici anni passati nel monastero di Tsangar sono stati gli anni più felici della vita di Gyatso. Imparando dai maestri, chiaccherando con i suoi amici monaci e occasionalmente andando a casa a trovare la sua famiglia. Gyatso non aveva problemi a quei tempi.

La quieta vita nel monastero di Tsangar lo tagliò fuori dalla noia del mondo esterno. A quei tempi la sua idea e il suo obiettivo erano imparare bene le scritture e migliorare in modo ulteriore la sua conoscenza. Amava la vita lì e considerava il monastero come la sua casa.

Ma la vita cambiò immediatamente quando Gyatso ricevette lettere dai suoi concittadini o amici monaci che erano stati in India. In queste lettere si vantavano sempre di che vita stupenda stavano vivendo in India, la più importante di queste diceva che laggiù "potevano imparare molte cose ed aumentare il grado di conoscenza".

Con il sogno di diventare un "monaco colto e rispettabile", Gyatso andò finalmente nel cosiddetto "Grande Mondo"-Dharamshala, una piccola stazione collinare nell'Himachal Pradesh in India, dove si trovava anche il quartier generale del "governo tibetano in esilio".

Avendo sempre sognato di andare all'estero per migliorare ulteriormente gli studi e immergersi nella compassione buddista, Gyatso non avrebbe mai potuto pensare che non avrebbe imparato niente riguardo la vera essenza del buddismo ma che avrebbe invece rischiato di perdere la propria vita.

Dharamshala non è una perfetta Arcadia ma un abisso, dove le sacre scritture erano rimpiazzate dai "lavori" del Dalai Lama a sostegno dell'"indipendenza del tibet" e finzioni cinematografiche incitanti all'autoimmolazione sostituivano le predicazioni buddiste. Come molti giovani monaci che andarono laggiù, Gyatso perse gradualmente se stesso attraverso il forte impatto della propaganda e del lavaggio del cervello.

A Dharamshala, prese parte per tre volte a scioperi della fame volte incitando al "governo tibetano in esilio", la terza volta gli fu affidato un compito importante. "L'eroe raro" doveva "fare qualcosa di grande".

Il "governo tibetano in esilio" elaborò i progetti di autoimmolazione per Gyatso, ma i primi due tentativi fallirono a causa delle rigide precauzioni della polizia indiana e di una visita di leader statunitensi.

Gyatso era determinato a portare a termine la "grande causa" e non voleva essere ridicolizzato per il suo fallimento. Finalmente, ebbe un'altra possibilità. Fu mandato a Lhasa a commettere l'autoimmolazione nella piazza del tempio di Jokhang per la "causa indipendentista".

Dalla prima volta dove acquisì la "passione" per le autoimmolazioni, alla seconda volta dove si sentì ingannato, alla terza dove torno in Tibet per autoimmolarsi, Gyatso intraprese, senza possibilità di scegliere, un percorso senza ritorno.

Ancora oggi, l'autoimmolazione nella piazza del tempio di Jokhang a Lhasa per Gyatso il potenziale suicida, è l'ultima cosa di cui vorrebbe parlare.

"Ogni volta che penso alla scena dell'autoimmolazione, sento sempre il mio cuore bruciare, come anche il mio corpo avvolto dalle fiamme con eccezione della mia testa. Provo uno sforzo doloroso e non posso ne vivere ne morire" ha detto Gyatso.

La storia del giovane lama che una volta sognava di "sacrificare se stesso alla religione", lascia solo dubbi, shock e profonda commozione nella mente delle persone.

Come studioso a tempo pieno delle sacre scritture buddiste, un giovane pieno di speranza venuto da un remoto villaggio e figlio di un onesto mandriano, Gyatso non si perse mai in cose triviali, e provò sempre a volare via dalla sua città per raggiungere una grande causa e diventare importante.

Questa è la vera riflessione di Gyatso prima che il suo fato cambiasse repentinamente.

Ma a Dharamsala, dov'era anche il quartier generale del "governo tibetano in esilio", Gyatso, il giovane uomo con un cuore puro fu in trappola. Era perso nella falsa aura creata dalla cricca del Dalai Lama, e dette se stesso per un'illusoria "medaglia da combattente indipentente".

Così, Gyatso fu coinvolto nel mulinello politico, forzato da animi contorti ad uno stato di ignoranza. Fu trasformato in un estremista che sceglie il suicidio come più grande gioia.

Comunque, il giovane non sapeva di essere già stato abbandonato e buttato fuori dal tavolo della cricca del Dalai Lama.

In un'intervista, Gyatso disse che c'erano e ci sarebbero stati molti altri giovani impulsivi come lui che avrebbero potuto seguire il percorso dell'autoimmolazione se la cricca del Dalai Lama avesse continuato ancora a propagandare "l'indipendenza tibetana" attraverso tutti i tipi di mezzi di propaganda.

Sfortunatamente, quello che Gyatso aveva annunciato si è avverato oggi. Uno dopo l'altro, giovani si sono dati fuoco e hanno perso la loro vita sotto l'istigazione della cricca del Dalai Lama.
 
Confuso dal mentire
Una figura magra, pelle scura, i tratti del viso regolari con sopracciglia prominenti, Gyatso è l'immagine di un ordinario nomade che vive nel Tibet settentrionale. E' difficile collegarlo ad un autoimmolatore.
 
Nato in una famiglia di mandriani nella provincia di Qinghai, Gyatso, il cui nome laico è Rizgin inizia la sua vita da monaco all'età di 19 anni nel monastero di Tsangar, nella prefettura della regione autonoma tibetana di Hainan.

Rispettando Budda fin dall'infanzia, Gyatso è sempre stato interessato allo "Tsema" del buddismo così come è stato disposto ad impararlo. Dopo aver sentito che in India un numero maggiore di monaci facevano ricerca sullo "Tsema" rispetto alla Cina, Gyatso decise di andarsene a Dharamsala ignorando l'opposizione della famiglia.

Cresciuto nell'isolata città natale, Gyatso non sapeva quali formalità erano necessarie per andare all'estero e, dunque, pagò per essere "aiutato".

Così, dopo aver pagato la tassa, Gyatso fu messo in una casa vicino al monastero Sera di Lhasa insieme a decine di uomini che volevano andare all'estero attraverso Laben, l'uomo che li fece entrare clandestinamente in India nel gennaio del 1999.

Alcuni dei clandestini erano adolescenti, che venivano da famiglie povere. I loro parenti presero in prestito denaro per mandarli all'estero, perchè gli era stato detto che in India la vita sarebbe stata molto migliore che in Tibet.

Molti di loro scappavano a Dharamsala perchè non potevano restare a casa per gli scarsi risultati scolastici o altri motivi.

Guardando tremare quei ragazzi nella fredda stagione, Gyatso sapeva che alcuni di loro non avrebbero mai più visto la loro famiglia.

In quel momento, non poteva evitare di smettere di pensare a suo padre, quello che poteva fare era pregare per lui in silenzio.

Sotto l'istruzione di Laben, Gyatso e gli altri clandestini attraversarono furtivamente il confine ed entrarono in Nepal. Il giovane lama era troppo spaventato per sapere come avrebbe attraversato il ponte che collega Cina e Nepal.

Dopo aver attraversato la frontiera, la prima fermata dei clandestini era "l'ambasciata del "governo tibetano in esilio", un edificio di tre piani a forma di gradini a Katmandu, la capitale del Nepal.

Laggiù, Gyatso e gli altri clandestini furono portati in stanze separate per rispondere ad alcune domande.

Dopo aver spiegato la sua condizione familiare e le ragioni per cui era emigrato in Nepal, a Gyatso furono chieste alcune domande "connotative".

Gli fu chiesto di come fosse orribile la vita in Cina e di elencare alcuni esempi di come gli "Han opprimessero i Tibetani".

Gyatso era confuso perchè non gli era mai capitato nella sua città natale. Non sapeva cosa doveva fare e rispose soltanto che non lo sapeva.

http://english.cntv.cn/20130125/102741.shtml
"Il popolo Han ha invaso il Tibet"
Dopo aver passato pochi giorni in Nepal, Gyatso e altri clandestini furono portati a Dharamsala, la destinazione finale.

Gyatso era scioccato dalla scena che vide quando mise piede a Dharamsala, dove i moderni palazzi residenziali, hotel e negozi sono mischiati insieme a bassifondi sporchi e fienili aperti.

La città composita che univa condizioni moderne e atmosfere fuori moda sembrava lontana dalla terra pura dove imparare il buddismo che Gyatso immaginava.

A Dharamsala, il primo passo per i clandestini era "l'ambasciata del governo tibetano in esilio in India", dove gli fu richiesto di parlare con un vecchio uomo.

La discussione non fu niente di nuovo ma sottolineava ripetutamente come "il popolo Han abbia invaso il Tibet", che confuse Gyatso che pensava che non avesse niente a che fare con lui.

Nella visione di Gyatso, l'unica ragione per cui era andato a Dharamsala era per imparare il buddismo, e sentire che "il popolo Han ha invaso il Tibet" lo fece annoiare. Tuttavia, questo tipo di discussioni, a cui hanno partecipato anche giornalisti stranieri, avvenivano ogni giorno.

All'inizio, le persone erano molto interessate alle esperienze di Gyatso e gli fecero un sacco di domande su Lhasa, sul popolo Han e sul governo tibetano. Ma si limitò a dire cose che non erano ritenute interessanti.

A Dharamsala, era molto difficile vedere il Dalai Lama, il cosidetto leader spirituale del "governo tibetano in esilio". A Gyatso fu detto che "sua santità" viaggiava sempre da un paese all'altro, ma era deluso da questo perchè non poteva capire il motivo dei suoi continui spostamenti.

Dopo, il giovane seppe che non era facile vedere il Dalai Lama anche se era a Dharamsala, chi voleva farlo doveva rispondere a molte domande e doveva essere controllato e perquisito.

Essere sospetti ed emarginati
Non molto tempo dopo l'arrivo il suo arrivo a Dharamsala, Gyatso ebbe la strana sensazione di sentirsi spiato.

Una volta, Gyatso voleva fare una foto vicino ai giardini dell'"ambasciata del governo tibetano in esilio in India". Appena si misero in posa, un uomo uscì dal palazzo e li guardò con sguardo sospettoso.

La gente a Dharamsala era diversa da quella dei suoi concittadini in Tibet. Molti giovani tibetani spesso giravano in abiti alla moda nei loro quartieri residenziali, nessuno di questi lavorava o studiava buddismo. L'unica cosa che facevano ogni giorno era oziare nelle sale da tè.

Non parlavano tibetano, e probabilmente non sapevano parlare bene inglese. Quindi, parlavano tibetano misto ad alcuni termini inglesi, ciò mise Gyatso a disagio. Alcune persone erano anche dipendenti da droghe.

Nella mente di Gyatso, la vita laggiù era lontana dalla quiete e dalla semplicità di casa che aveva conosciuto, senza preoccupazioni, studiando il buddismo al monastero di Tsangar.

I nuovi venuti come lui, si sentivano diversi, diventavano profondamente indifesi, "emarginati".

Come Gyatso, molti "emarginati" erano arrivati lì inseguendo il sogno religioso. Venivano nella città sul confine indiano trascinati dalla venerazione del buddismo e col desiderio di ottenere le più alte conquiste.

Tuttavia, questi ragazzi intrapresero percorsi diversi dopo che i loro illusori sogni religiosi furono interrotti dalla realtà.

Secondo le indagini in India divulgate dal Congresso americano, dal 1986, molti tibetani all'estero sono tornati in Cina. D'altro canto, erano ostili alla propaganda lanciata dalla cricca del Dalai Lama; inoltre non erano capaci di mantenere una vita di base nei paesi stranieri.

Ma altri come Gyatso erano troppo giovani per fare una distinzione tra giusto e sbagliato, e la saggezza datagli da Buddha era insufficiente per distinguere il bianco dal nero. Per questo, intraprese un percorso privo di umanità, il sentiero dell'autoimmolazione.

Sfortunatamente, Dharamsahala, la piccola città nell'Himachal Pradesh, quartier generale del "governo tibetano in esilio", non era il paradiso sognato da Gyatso, ma un "tumore" che diventava sempre più maligno.


Diventai uno scioperante della fame professionista
Non molto dopo il suo arrivo in India, Gyatso divenne monaco in un monastero locale.

Un giorno, vide qualcuno distribuire volantini su cui era scritto che lo sciopero per la fame per "l'indipendenza del tibetana" sarebbe iniziato nel gennaio 2000, a Delhi; chiunque fosse stato interessato avrebbe potuto parteciparvi dopo aver firmato un "giuramento". Molti dal monastero andarono a Delhi e videro il "grande mondo" gratis. Tutti seguirono l'esempio e firmarono il giuramento, Gyatso non fù l'eccezione.

A quel tempo, "sciopero della fame" era una nuova parola per Gyatso; imparò in seguito da un maestro del sutra che significa protestare senza mangiare niente per esprimere le proprie attitudini determinate. Un maestro del sutra vissuto a lungo in India non era d'accordo che Gyatso prendesse parte alla protesta, ma era riluttante di spiegargli le ragioni. Il giovane Gyatso, che era nel periodo ribelle dell'adolescenza, litigò con il maestro e decise infine di andare a Delhi.

Dopo l'arrivo a Delhi, Gyatso fu ricevuto da un uomo chiamato Lhamo Ja, che scappò in India per alcuni comportamenti illegali.

Secondo i relativi materiali accertati in seguito, Lhamo Ja, nato nella circoscrizione di Tongren, prefettura autonoma tibetana di Huangnan, fu un insegnante in una scuola di legge nel nordovest della provincia cinese del Qinghai.

Nel 1993, fu coinvolto in un procedimento penale e fuggì in India. In seguito Lhamo Ja diventò membro della cricca del Dalai Lama, e si impegnò in attività separatiste.

L'ufficio degli "scioperanti della fame" era in un edificio di due piani di una scuola locale. Gyatso non aveva mai pensato di essere l'unico partecipante, pensava invece che ci fossero molte persone coinvolte.

Dopo aver compilato un modulo e aver ricevuto una tenda e un tappeto provvisti dall'organizzatore delle manifestazioni, Gyatso partecipò ad uno sciopero della fame di 72 ore.


 
Il giovane lama ricorda di aver partecipato a tre scioperi della fame, solo la prima volta come volontario. Per "volontario" si intende senza ricompensa economica.
La seconda e la terza volta fu pagato per rimpiazzare altri partecipanti.

Subito dopo il primo sciopero della fame, Lhamo Ja si precipitò a cercare Gyatso e gli disse che doveva prendere parte al secondo sciopero perchè non c'erano abbastastanza persone disposte a partecipare. Successivamente, Gyatso ricevette 500 rupie nepalesi. La terza volta, accadde lo stesso. Allora il ragazzo capì che la maggior parte degli scioperanti era pagato.

Durante il secondo sciopero della fame, uno dei manifestanti gli disse che poteva mangiare qualcosa in segreto se non era in grado di resistere alla fame, disse anche che gli organizzatori erano favorevoli a questa pratica perchè gli avrebbe permesso di manifestare più a lungo. Gyatso era sorpreso e mangiò un pezzo di carne senza farsi vedere.

Il terzo sciopero della fame fu tenuto davanti alla tomba di Gandhi, gli avevano detto che lì molte più persone avrebbero potuto vedere la protesta. Gyatso era diventato abbastanza bravo e riuscì a mangiare una banana senza farsi vedere.

Poi, capì chiaramente che gli scioperi della fame erano un'azione fatta per essere mostrata agli estranei. Per questo erano pagati e avevano il permesso di mangiare.

Nella mente di Gyatso, questa attività era una specie di truffa. Comunque non rifiutò il compito anche se per lui costituiva un guadagno illecito.

In seguito, lesse sui giornali locali articoli relativi ai tre scioperi della fame che sostenevano che il numero di partecipanti aveva superato 600 persone. Avendo preso parte lui stesso alle manifestazioni, Gyatso sapeva chiaramente che partecipavano in meno di dieci persone alla volta.

E' cosa nota che, oltre ad instigare all'autoimmolazione e a manifestazioni di protesta, lo sciopero della fame è uno delle molti metodi del cosiddetto "governo tibetano in esilio" di accaparrarsi l'attenzione dell'opinione pubblica internazionale e pubblicizzare "la questione tibetana".

Tutte le speciali organizzazioni per "l'indipendenza del Tibet" sono responsabili di organizzare agitatori professionisti, attraverso cui possono abusare della compassione del mondo che non è a conoscenza della verità, così da influenzarne l'opinione pubblica.

L'esperienza di Gyatso è solo uno dei tanti casi.

Questi tre scioperi della fame lo portarono ad abbracciare il punto di vista del "governo tibetano in esilio", trasformandolo nella "preda" che stavano cercando da molto tempo e senza risultati.

Il giovane e ignorante monaco Gyatso fu messo nelle liste dei "potenziali autoimmolatori". Dietro di lui, qualcuno stava ordendo una grande cospirazione coperta nell'ombra. Cosa lo convinse a seguirla? E come fu incitato a seguire il percorso dell'autoimmolazione? Perchè fallì le prime volte?

http://english.cntv.cn/20130122/102771.shtml
Autoimmolazione rimandata a causa degli americani
Dopo aver partecipato a tre scioperi della fame a pagamento, Gyatso si avvicinò alla "Federazione Sanqu", un organizzazione che sostiene molte attività per "l'indipendenza del Tibet". Poco dopo, un membro di questa organizzazione cominciò ad incitarlo a commettere l'autoimmolazione.

"Hai partecipato a tre scioperi della fame, non sei una persona comune. C'era un uomo che si dette fuoco, causando grande scalpore in tutto il mondo. Ora, dovremmo avviare qualcosa di simile per attirare l'attenzione del mondo. Tutti quelli che si danno fuoco diventano eroi immortali. Avresti il coraggio di autoimmolarti davanti all'ambasciata cinese in India?" Chiese Lhamo Ja a Gyatso.

Per persuadere il giovane, Lhamo Ja tenne uno speciale incontro, a cui fece partecipare molti membri della "Federazione Sanqu". Lhamo Ja disse a Gyatso: "Se dai la tua vita, il governo in esilio, il Dalai Lama e tutti i tibetani saranno fieri di te! Non avrai niente da rimpiangere se capisci che è un atto glorioso. E mi occuperò io stesso dei piani per te".

A quei tempi, Gyatso aveva una una bruttissima visione del popolo Han e del governo centrale cinese a causa del lavaggio del cervello fatto grazie ai numerosi video e libri di propaganda del Dalai Lama. In più, con l'istigazione di Lhamo Ja davanti a molte persone, Gyatso si agitò e decise di sacrificare se stesso per "la causa tibetana".

Questo, ha ricordato più tardi Gyatso, era il modo in cui i sostenitori dell'"indipendenza del Tibet" incitavano i semplici nuovi venuti. Dopo che si era vantato di poter commettere l'autoimmolazione, non poteva più tornare indietro.

Pochi giorni dopo questo incontro, Lhamo Ja disse a Gyatso di autoimmolarsi il 10 di marzo; una data scelta con attenzione. Il 10 marzo è il cosiddetto "giorno della rivolta del Tibet", ogni anno in questa ricorrenza vengono lanciate molte attività anticinesi e arrivano molti giornalisti esteri. Il Dalai Lama avrebbe anche tenuto un discorso.

Pertanto, autoimmolarsi quel giorno avrebbe significato dare una grande influenza alla "questione tibetana" e il "governo in esilio" sarebbe stato soddisfatto.

Prima dell'autoimmolazione, Lhamo Ja e altre persone registrarono un video di Gyatso, che sarebbe stato spedito alle Nazioni Unite.

Comunque, il giovane, il protagonista dell'autoimmolazione non aveva assolutamente idea di cosa fosse l'ONU, pensava genericamente a un'istituzione con grandi poteri.

Ricordò di essere stato portato in un ufficio a registrare il video; durante le riprese gli fu chiesto di leggere una dichiarazione che conteneva delle richieste compresa una che chiedeva al governo cinese di rilasciare "i prigionieri politici".

Dopo aver finito di registrare, il giovane lama andò a vivere gratuitamente in un albergo di ottimo livello, in attesa di ordini.

Il 10 marzo, Gyatso fu avvisato da un membro della "Federazione" che l'autoimmolazione era cancellata perchè nelle strade c'erano troppi poliziotti indiani che avrebbero potuto interrompere il gesto.

L'azione fu posticipata alla fine di marzo, quando sarebbe stato tenuto in India un importante incontro sui diritti umani. Prima del 25 marzo, Gyatso fece una prova sul posto.

Prima che la prova iniziasse, il ragazzo non aveva assolutamente idea riguardo al tipo di benzina da usare ne a come comportarsi. Lhamo Ja aveva redatto diversi schemi per lui e gli spiegò i dettagli specifici, come vestirsi, dove mettere la benzina e come darsi fuoco. In una parola, si erano scervellati per il successo dell'autoimmolazione.

Gyatso fu scioccato dai loro schemi dettagliati, gli sembrò che non stessero parlando di autoimmolazione, ma di un atto ordinario e quello che stavano per bruciare non era un corpo umano, ma stracci di vecchi vestiti.

Ma il giovane sapeva di aver preso un sentiero senza via d'uscita; che era troppo tardi per tornare indietro e che avrebbe subito ritorsioni se avesse rinunciato. Quindi le sue preoccupazioni crescevano via via che si avvicinava al 25 marzo. In seguito, ricevette un messaggio che diceva che l'autoimmolazione era rimandata ancora una volta perchè un leader americano era in visita in India.

Lhamo Ja disse:"Abbiamo deciso di cancellare l'autoimmolazione perchè gli Stati Uniti ci hanno dato un grande aiuto e non dobbiamo creargli nessun tipo di problema. Ma ti posso assicurare che avrai l'opportunità di contribuire alla causa dell'indipendenza. Ti prego di aspettare le mie prossime informazioni per un piano ancora più grande".

In questo modo, Gyatso fu libero ancora una volta dalla morte. I due piani falliti di autoimmolazione erano prove prima che fosse mandato in Tibet.

Da giovane monaco che voleva imparare le sacre scritture, a essere coinvolto nella propaganda per "l'indipendenza del Tibet, partecipando a scioperi della fame a pagamento, a essere un potenziale autoimmolatore. Gyatso era ignorante, non aveva il tempo, la consapevolezza di pensare alle profonde conseguenze e ragioni che erano nascoste dietro a quello che gli stava accadendo.

La sua mente semplice e i suoi impulsi sono diventati la debolezza sfruttata dall'organizzazione per "l'indipendenza del Tibet". Come altri giovani tibetani, Gyatso era un entusiasta e devoto ragazzo che non aveva ancora maturato una visione autonoma del mondo.

Essendo nato in un'area remota, era facile trapiantargli un'altra visione prima che potesse distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Tutto questo ha causato la tragedia della sua vita.

L'organizzazione per "l'indipendenza del Tibet" avrebbe lasciato stare Gyatso dopo il fallimento di due tentativi o avrebbe prodotto una cospirazione ancora più grande?

Dopo aver fallito due autoimmolazioni, Gyatso si calmò gradualmente e sviluppò una paura per il suo futuro. Tuttavia non era ancora riuscito ad uscire dalla follia che lo aveva trasformato da giovane lama a fanatico suicida che sognava di "sacrificare se stesso alla religione".

Pochi giorni dopo i due piani falliti, Lhamo Ja incontrò nuovamente Gyatso e gli disse che gli portava buone notizie, dicendogli che aveva ricevuto istruzioni di Ala Jigme, un alto funzionario del "Dusum Legong" (o il dipartimento di sicurezza del "governo tibetano in esilio"), di mandarlo in Tibet ad autoimmolarsi, così da creare maggiore influenza.

Dopo aver sentito quelle parole, Gyatso esitò ed era riluttante di tornare in Tibet dato che aveva infronto la legge per andare in India e non sapeva cosa gli sarebbe accaduto se fosse stato arrestato.

Lhamo Ja era un po' arrabbiato dall'atteggiamento. Comunque, invitò alcune personalità ad incoraggiare il giovane.

Una notte, Gyatso fu ricevuto da Kalon Pema, un alto funzionario del "Dusum Legong". Da quando era in India, era la prima volta che incontrava una personalità così importante.

A quei tempi il giovane lama era confuso e finalmente incontrò qualcuno che era determinato a sacrificarsi per sei milioni di tibetani.

Kalon Pema disse a Gyatso: "Sei stato scelto per autoimmolarti a Lhasa, una città sotto il controllo del governo centrale cinese. Quindi sarà responsabilità della Cina spiegare la tua lotta per "la causa dell'indipendenza". In questo modo avremo un'attenzione universale e il supporto della comunità internazionale. Tu diventerai un eroe e sarai ammirato dal popolo tibetano".

Kalon Pema disse inoltre che, i familiari o amici che avrebbero spedito in India le registrazioni e le fotografie della sua autoimmolazione, avrebbero avuto un trattamento preferenziale e sarebbero potuti venire all'estero per migliorare le loro condizioni di vita.

"Comunque, se sarai arrestato, non dire niente riguardo a noi o metterai in cattiva luce il governo tibetano in esilio. E non tornare indietro se non riesci a portare a termine la tua missione", disse Kalon Pema.

Gyatso si sentì molto arrabbiato per quello che gli era stato detto, perchè nella sua mente si stava sacrificando per "l'indipendenza del Tibet". Come poteva portare in cattiva luce il "governo Tibetano in esilio"?

Comunque restava dell'idea che il Dalai Lama lo appoggiasse, quindi il "governo tibetano in esilio" non lo avrebbe abbandonato. Per questo motivo obbedì all'ordine.

In linea con quanto detto nel meeting con l'alto funzionario, Gyatsto fu mandato in Nepal.

Lì ricevette circa 8000 dollari per rientrare in Tibet sotto falso nome.

Andò a Lhasa con un uomo, chiamato Thubten, che fu designato dal "Dusum Legong" per fotografare la scena dell'autoimmolazione di Gyatso.

Comunque, nonostante la scrupolosa preparazione, i due furono arrestati prima di arrivare a Lhasa. Il ragazzo fu portato alla stazione di polizia, era estremamente nervoso e non aveva con se nessun documento.

Che tipo di sanzione affronterà dopo essere l'arresto? Thubten sarà affidato alla giustizia? Gyatso, il giovane lama che aveva vagato tra la vita e la morte, non fu ne il primo nell'ultimo fanatico fuorviato i cui impulsi irrazionali erano controllati da determinate persone per determinati fini.

La domanda di come evitare ai giovani simili tragedie resta senza risposta.

Traduzione dall'inglese a cura di Andrea Parti

lunedì 7 gennaio 2013


Self-immolation truth: Tibetan Buddhism kidnapped by politics

http://news.xinhuanet.com/english/china/2012-07/18/c_123431061.htm

Editor's note: As copy-cat self-immolations in Tibetan areas in China grabbed the world's attention over the past year, the Dalai Lama has failed to demonstrate his authority as a "spiritual leader of Tibetans" when he avoided to call for a stop of such self-destruction.

The following story, based on investigations of Xinhua reporters in Tibet, Sichuan, Gansu, and Qinghai, is expected to help readers understand the truth behind the blaze as well as the Dalai Lama' s "nuetral" stand on self-immolations.

Highlights: [ * Copycat suicides spread, triggering public concern that teenagers and other vulnerable people are at risk;


* It's a political game that sacrifices young Kirti monks to call for the Dalai Lama's return

* Double-dealing in the guise of non-violence jeopardizes Tibetan Buddhism

ABA, Sichuan, July 18 (Xinhua) -- Buddha Sakyamuni has inspired his followers to hang on whatever adversity they might encounter, the series of clergy self-immolations at the Qinghai-Tibetan Plateau, however, are misleading devout Tibetan Buddhists to think that it's permissible to give up hope and their lives so long as they follow suit.

In one of most recent cases, Rechok, 35, a mother of three who lived in the Chatuo village of Rangtang of Aba, committed suicide by setting herself ablaze in the afternoon of May 30 and died on her way to a local hospital.

Police investigations showed Rechok had been caught up in a family feud with her alcoholic husband Namsetong. The couple been viciously arguing overnight, which aggravated the mother's pains from losing his eldest son Dropurang who ran away days before to become a monk despite the mother's objection.

Rechok's suicide was not politically motivated, according to police.

Still, her death was branded as a "protest at the growing influence of Han China in the Tibetan plateau" by the Free Tibet, an overseas group advocating Tibet independence, and used as an excuse by the Tibetan government-in-exile to attract international attention to the so-called "Tibet issue."

In mid-March, Sangpo Dondrup, a third-year student in a middle school of Sertar county of neighboring Ganzi prefecture, was found foaming at the mouth and groaning on the downtown Jingyuan Road, smelling of gasoline.

Police investigations later showed he had attempted self-immolation. The oldest of seven, Sangpo Dondrup felt stressed as his illiterate father had been harshly pressing him to get good grades since he entered middle school in 2009.

Feeling stuck in his study, the teenager stole fuel from his father's motorcycle. He swallowed some of it and splashed rest of the gasoline on his clothes and then went to the street. However, he failed to set himself alight.

"I didn' t know that it was so awful to swallow the gasoline," he said, scratching his hair in embarrassment.

At noon every Saturday, Sangpo Dondrup said he would walk around the nearby pagoda of Padmasambhava who established Buddhism in Tibet in the eighth century to pray.

Unwilling to make do with a vocational school, he said he would consider restudying the third year if he failed the entrance exam for senior high schools. "My goal is college," said he.

Xu Kaiwen, who holds a PhD in clinical psychology from Beijing University, has been involved in suicide intervention for more than 10 years. He said that individual suicides can be contagious. When someone with public influence, such as the Tibetan clergy who are supposed to enlighten the average public to be free from all sufferings, were involved, the demonstration effect will be undoubtedly stronger.

"Teenagers aged 18-22 and the stressed are the most prone to copycat suicides as they are impulsive and lack self-control. Whether they spread mainly hinges upon the public explanation of suicidal behaviors. If suicides are hailed as martyrs or heroes, it can easily cause others, especially teenagers, to follow suit," said Xu.

To ward off the potential harms of clergy self-immolation to young Tibetans whose formidable ages are spent in a religious climate unparalleled anywhere else in China, the Education Bureau of Sertar County added a course on Life in all schools the following month.

"The objective of this course is to teach students to cherish their lives. Everyone here knows that Buddha Sakyamuni spent his whole life exhorting people to refrain from killing others and committing suicides, we can' t afford to have this young generation misled," said Chen Hu, chief of the Sertar Education Bureau.

The worry of parents and teaching faculty spreads, however, on the heels of Tibetan clergy who set themselves on fire. On March 30, in front of a downtown telecommunication outlet in Tuanjie Road of Barkam, the capital of Aba prefecture, Chimed Palden and Nganlam, both from the Caodeng Monastery of Gelug sect, burned themselves while hundreds of students of the nearby primary and junior high schools were on their way home during lunch break.

Li Yong, a teacher of the Barkam No. 2 Primary School, said some students dared not to return to school that afternoon as the sight was too shocking.

"Students are panicky. I keep telling them neither to imitate those monks nor to join the crowd to watch if anything similar happens on their way home or to school," said Li.

As self-immolation cases often attracted crowds which sometimes could turn chaotic, Tseten Serjig, whose child is among those who witnessed the burnings, said that she was very concerned about the safety of children and hoped the school authorities would strengthen student protection and escort students home.

"I feel very indignant. Thanks to the many good government policies, Tibetan-populated regions have never developed so fast and our livelihoods has been improving. Why would those monks give up their life so radically to jeopardize social harmony?" said the Tibetan mother.


POLITICAL GAME

Stepping into Aba county, where most self-immolations have taken place recently, one can get close to understanding the answer.

A total of 20 Tibetans, including eight monks, two nuns, eight former monks and two lay people, mostly aged from 16-25 except two, had committed self-immolation since Feb 2009 here. Of them, fifteen died and five were under hospital treatment, according to local police.

Across the country, the total number of Tibetan who had committed self-immolation exceeds 30, all in Tibetan populated regions.

The two most well-known people who committed self-immolations are Tapey, who triggered the latest wave of self-immolation by setting himself on fire at the age of 20 on Feb. 27, 2009, and Phuntsog, 19, who ended his life in a pre-meditated self-immolation on March 16, 2011. Both came from a capital-strained single-parent family, received little formal education and grew up in the Kirti Monastery from an early age, according to police.

Tapey is now recovering and refused to touch upon the subject of self-immolation with visitors. The hospital in charge of his medical treatment has paid in advance more than 2 million yuan, but the chances for him to fully recover are slim, doctors said.

In the latter case, police found that days before the self-immolation was committed, Kirti monks Rabten and Dorje had used a desktop of an Internet cafe to communicate with Chodrum, a member of the media relations team of Shiwa Dratsang where the Kirti Living Buddha resides, to send photography of Phuntsog.

With some 2,000 monks, Kirti Monastry is historically connected with 50 or so Tibetan temples, big and small, including the Caodeng Monastery involved in the Barkam tragedy.

Kirti Living Buddha fled with the 14th Dalai Lama after a failed insurgency in March 1959 and has since lived in Dharamshala, India, to orchestrate secessionist activities.

Since the late 1970s, 168 monks have been found to have illegally left to India. A number of them have dedicated themselves to disseminating among young monks a sense of separatism, brainwashing them to confront the government, according to sources with the Aba police authority.

Less than one hour after the self-immolation, Phuntsog was promoted throughout the overseas Tibetan community as "a martyr in protest of the Han Chinese rule and repression in Tibet," police said.
 
At that time, however, a competition concerning the life and death of Phuntsog was going on in Aba between the police and Drongzhug, Phuntsog's uncle and teacher who later admitted to the police that he had arranged for an overnight transfer of his seriously injured nephew from the home of a Tibetan doctor up onto a sky-burial in Yunlong village, a religious site for burial ceremony during which the body of the dead would be dismembered by a burial master and left for birds to feed on.

Left unattended in the freezing cold for 11 hours, Phuntsog was only just breathing when he was spotted by the police and sent to the People' s Hospital of Aba County.

Surgeon Wang Defu said that emergency treatment was crucial in the first few hours. Treatment delay, large-area body surface and respiratory burns led to Phuntsog's death.

During a public trial, Dongzhug called himself "legal illiteracy," saying he had never been to school and was unaware of his infringement of the laws. Dongzhug and another two Kirti monks responsible for Phuntsog's death were accused of homicide and each sentenced to 10-13 years in jail.

"Why did Dongzhug hide Phuntsog? They didn't want him to be cured otherwise they would be unable to use his death to raise the anti-China morale across Tibetan community," said an official close to the case.

Criminals were brought to justice but the overseas splitting forces wouldn't give up. On August 20, Students for A Free Tibet, a New York-based organization advocating Tibet independence, honored Phuntsog together with Tsewang Norbu, a 29-year-old monk of the Nyitso Monastery in Daofu county who died shortly after setting himself on fire on August 15, with the Lhakar Award, praising the two's "unimaginable sacrifice and courage...in protest of the Chinese government's repression and for the freedom of Tibet."

The Tibetan word "Lhakar" literally means "White Wednesday," a weekday considered special by Tibetans because it is the soul-day of the Dalai Lama, the group has preached, calling for more acts of defiance and resistance in Tibet.

Less than one month later, Phuntsog's brother Katrang, aged 18, and Kunchok Tenpa, 16, both from the Kirti Monastery, imitated such unimaginable sacrifices but were rescued by the patrolling police on September 26.

Apart from being tempted by the heroism played up overseas, police say that young Kirti monks must also cope with senior lamas who pulled the strings from within.

In a seemingly casual talk, Rala Lodro, a 40-year-old painter and lama from Longzang village of Aba county, approached Katrang and Kunchok Tenpa while they were eating sunflower seeds in the monastery courtyard, and advised them to commit self-immolation during the daytime.

"Our life is bad now. It would be better to commit self-immolation to become a wisp of smoke. Do not burn at night otherwise the Communist Party will be happy because America's cameras above the Kirti Monastery can not capture it," Rala Lodro was quoted as saying in the oral confessions Xinhua obtained.

A Kirti monk asking not to be identified said that there had been invisible pressure upon the young monks to do something they could.

With most of its registered monks on a two-month-long leave to help their families dig worm grass, a rare medicine herb, Kirti Monastery whose land area has tripled to 18,000 square meters in two decades is now in its most inactive period of the year.

If someone died in surrounding residential neighborhoods, lamas will recite sutras in the morning. In afternoon, Buddhist scripture debating is routinely held. Other than these, those who stay have plenty of time at their disposal.

With the annual worm grass trips normally ending early July, changes will happen to the monastery as some monks may decide to become laymen after being distracted by earthly affairs.

Qiu Ning, director of the Aba United Front Work Department in charge of religious affairs, estimated that about 100 Kirti monks will leave the clergy every year. "However, not every one of them can get accustomed to their new life."

Among those who commit self-immolation, secularized monks have surfaced as a vulnerable group. Tsering and Darli, both former Kirti monks, burned themselves on January 6. According to Tsering who survived, Darle had been very upset because he had promised to commit self-immolation together with Tenzi Wangmo, a nun of the Siwai Nunnery of Aba whom he met during last year's worm grass leave. The 20-year-old girl burned herself last October and died.

"Darle told me he wanted to burn himself too to ask for the forgiveness of the Buddha because he had stolen the golden Buddha statute of the Kirti Monastery. I felt he was so lofty and was inspired by his courage," Tsering was quoted in this oral confession to the police.

In his deep heart, Tsering had his pains. After leaving the Kirti Monastery, he married and divorced and always pinched pennies. He confessed that one month before committing self-immolation, he and his friend Nyigeme robbed 8,000 yuan from his relative Lokhor who had reported the crime to the police.

Tudong Tarqin, lama and deputy director of the management committee of the Namah Monastery in Kangding county of Ganzi prefecture, felt sorry to hear so many young former clergy had killed themselves.

"Buddha tells us to always observe and think. If someone seeks to convert to Buddhism because of family feud, setbacks in life or out of impulse, we must refuse. Likewise, Buddha instructs the Sangha not to give up on even the vicious one, because on the merit of wearing cassock for one day, ordained monks are sure to attain enlightenment."

Donggou Living Buddha, deputy director of the management committee of the Kirti Monastery, called himself a "stick-in-the-mud" and "too old to keep the younger generation under control."

"Each year we see many young Tibetans come in and leave. I don't have the number of secularized monks," said the 70-year-old to Xinhua.

TRICKY NON-VIOLENCE


Regarded as the root guru of Tibetan Buddhists of the Gelug sect, the 14th Dalai Lama told media on different occasions that he "did not encourage" or "did not condone" self-immolation. But he never explicitly forbids such cruel self-destruction.

Chinese officials have blamed the Dalai Lama for encouraging the self-immolations, saying that the exiled Tibetan religious leader prayed for those who died after committing self-immolation in public and refused to call for an end of a practice that violates a basic Buddhism doctrine -- not to kill.

"In the Buddhists' eyes, the Dalai Lama is their spiritual leader, if he reminds the followers of the doctrine, self-immolation will definitely end," said Likatesring, deputy head of Huangnan Tibetan autonomous prefecture government of Qinghai province.

It was a different story when Thubten Ngodup, one of his followers, lit himself on fire in a hunger strike organized in New Delhi by the Tibetan Youth Congress in 1998.

Robert Thurman, a professor of Indo-Tibetan Buddhist Studies at Columbia University who has studied with the Dalal Lama for nearly 30 years, revealed that the Dalai Lama had condemned: "This is violence, even if it is self-inflicted," according to Canada's National Post.

Although the Dalai Lama resigned his political role last year, Tibetan Buddhism remains deeply entangled with politics. And that was the fundamental problem plaguing Tibetan Buddhism, officials with the Aba prefecture noted.

The purpose of the series of self-immolations scheme, they said, was to use individual sacrifices to cement and sow hatred among the 16,000 Tibetan exiles, foment strife between Tibetans and the Chinese government, distract the Tibetan-populated regions from the focus of social and economic development and seek international attention to pressure the Chinese government.

"Their ulterior purpose is not to stage a dialogue but to sabotage," said an official who asked not to be identified.

Although the 14th Dalai Lama kept calling for non-violence, the average Tibetans and the government carders here felt otherwise.

Lei Kaiwei, political commissar of the Public Security Bureau of Aba County, almost lost his life while trying to rescue Lhorang Jamyang, a Kirti monk of the Kewa village of Antou township who set himself on fire on Jan. 14 at the Qiatang West Street.

"When I thought the fire on his body was quenched and was about to disperse the on-lookers, I heard a 'bang'. The guy rose, surrounded by an even fiercer fire due to his re-exposure to air. Shockingly, he started to catch the eight police officers on the site. Each of them flinched instinctively. It was chaotic. I heard screams and felt the crowd closing in," he said.

With bare hands, Lei caught the burning waist of Lhorang Jamyang, and a scuffle ensued. Lei said he gathered all his strength to pry open the arms of Lhorang Jamyang from his neck after both fell to the ground.

The 22-year-old died. Lei suffered serious burns on his hands and face. If Luo failed to break loose in 10 to 15 more seconds, doctors said he could have died from either carotid insufficiency or suffocation triggered by laryngeal edema.

"While patrolling the street, rain or shine, I always think it my duty to come to the rescue of those who commit self-immolation and protect the public from harm. I don't understand why Dharamsala associated us with military crackdown or suppression. That was mud slinging," said Lei.

Calling himself a "pure product" of the 2008 riots which broke out in Lhasa on March 14 and then other Tibetan regions including Aba, leaving 19 people dead and many businesses, residences and vehicles damaged or looted, Lei said he felt he owed his family an apology for having taken up a high-risk job.

For average Tibetans, the non-violence strategy advocated by the 14th Dalai Lama appeared to have more to do with hatred and bullying than what Mahatma Gandhi proposed, the power of love and understanding between all.

After the death of its monk Tsewang Norbu, Nyitso Monastery of Gelug sect in Daofu county of Ganzi prefecture sent out words that each household in its diocese must send a representative to pay condolence visit to the family's of those who have committed self-immolation and donate money otherwise they could no longer expect the monastery to do any Buddhist services for their families, police investigation showed.

During this year's spring farming season, leaflets were distributed in the county's Kongse township, threatening to burn the house of those who dared to follow the instruction of Han Chinese to cultivate lands.

Hu Wenbing, Party secretary of the Kongse township, said that one carder of the Geleg village took the lead to plough his land. His barn housing his cows and tractor was set on fire that night.

"If you don't follow the monasteries, you go to hell after death.' This is the most vicious menace as many Tibetans pinned the hope of their next life on monasteries," said Luo Yuehua, former principal of the Xialatuo Primary School of the Xialatuo village of Luhuo county in Ganzi.

The way to quell public fears, as Fu Shou, Party secretary of the Xialatuo village, noted, was to follow Buddhism doctrines rather than individual lamas.

As no one in Xiatatuo village participated in the riot that took place in Luhuo county on Jan. 23 when dozens of people, including some monks, stormed and smashed some stores and a police station, causing one death and nine injured, separatists threatened "if you don't follow monastery, your house will be burnt."

The village committee responded tit-for-tat, "If any house is burnt, everyone teams up to help its owner rebuild." Enditem

(Writing and reporting by Cheng Yunjie, Yi Ling and Xu Lingui. Dang Wenbo, Sun Yang and Hai Mingwei also contributed to the story from Sichuan)


Editor: Mu Xuequan

mercoledì 20 gennaio 2010

I due volti del Dalai Lama

Durante la sua visita in Germania di questa settimana il Dalai Lama verrà di nuovo festeggiato come un salvatore. La guida del Tibet è riconosciuta come simbolo di tolleranza. Tuttavia voci critiche dalla comunità dei tibetani in esilio in India richiedono inutilmente libertà religiosa e democrazia.

Arriva sempre preceduto da una grossa colonna di auto, come un presidente di Stato. Guardie del corpo lo circondano, star del cinema e boss di aziende fanno benevolmente da ali, governanti si affrettano nel venirlo a salutare. Questa settimana a Francoforte sarà molto probabilmente come l’anno passato a Norinberga. Il Dalai Lama salutò allora i presenti con il suo amabile, infantile gesto. Tuttavia durante il suo discorso al palazzo comunale i presenti rimasero sconcertati, senza parole, come riportò il giornale locale il giorno successivo.

Cercando di lusingare il pubblico, il Dalai Lama affermò infatti che già da bambino aveva visto foto molto attraenti, “very attractive” di Norimberga, “con generali e le loro armi”, con “Adolf Hitler e Hermann Göring”.

Alcuni degli ascoltatori rimasero “imbarazzati”, altri “per breve tempo sconcertati”. Il sindaco di Norinberga Ulrich Maly parla di un “attimo di terrore”, poi l’ospite d’onore sarebbe riuscito a uscire dal pasticcio con l’affermazione che da bambino sarebbe stato impossibile per lui prevedere la catastrofe nazista. Se il Papa si fosse lasciato andare a simili dimostrazioni di simpatia nella città dei congressi del partito nazista e delle leggi razziali, le urla sarebbero corse per tutta la Repubblica. Invece simili affermazioni vengono perdonate alla guida dei buddisti tibetani, sebbene egli, Sua Santità, avrebbe qualche motivo per un confronto critico col passato nazista. Egli, che porta il titolo “Oceano di Saggezza”, é sempre stato nei più affettuosi rapporti con il suo maestro di un tempo, il famoso scalatore e scrittore (“Sette anni in Tibet”) Heinrich Harrer, un convinto nazista, che a lungo ha cercato di nascondere il suo esser stato Comandante Maggiore di squadra delle SS. La corte tibetana coltivava allora strette relazioni col regime nazista. Le spedizioni di SS a Lhasa furono accolte con tutti gli onori. Sua Santità non ha ancora fino ad oggi preso le distanze in modo chiaro da quelle infamanti relazioni. E questo non é il solo capitolo oscuro della sua storia di successo.

Il Dalai Lama invece preferisce lasciare in disparte ogni dubbio, sorridendo. Quasi ovunque gode di una venerazione addirittura da divinità. In Occidente appare come una supericona della modernità, in Himalaya invece governa come un signore medievale. Un mansueto buonista, che può rivelare sorprendenti tratti intolleranti, finanche dittatoriali. Il triste destino del suo popolo, l’oppressione di Pechino, l’espulsione dal Tibet distolgono lo sguardo dai problemi interni al regime del Dalai Lama.

Qui da noi riempie gli stadi come una popstar. A Norimberga l’hanno ascoltato attentamente 7000 persone, ad Amburgo due anni fa erano in 30 000, a Francoforte ne vengono attese in questi giorni alla Commerzbank Arena 40 000. Spesso i fan prenotano i biglietti a prezzi tra i 10 e i 230 € già più di un anno prima.

In combinazione con le sue mega apparizioni pubbliche si é sviluppato negli anni un supermercato dello spirito senza eguali. Su Amazon sono in lista 728 libri in tedesco e 908 in inglese sul e del Dalai Lama, 13200 video sono su Youtube, quasi otto milioni di risultati su Google. Il figlio di un contadino tibetano é il più popolare di tutti i vincitori del premio Nobel per la pace ancora viventi.

Appartenenti di tutte le religioni e anche atei vanno in pellegrinaggio al One – Man – Show. “Ci siamo guardati dritti negli occhi” urlava una giovane iperfelice di Mönchengladbach e prometteva dopo l’incontro di smettere subito di fumare. “Riesce a farmi sentire bene” diceva una ascoltatrice a Boston e riassumeva così l’entusiasmo per il Dalai Lama: “È la sua aura, la semplicità”.

Proprio lì dove lo spirito dell’Illuminismo ha le sue radici, cioè in Europa e negli Stati Uniti, il salvatore buddista dà vita a nuove roccaforti della sua religione. Anche nella generazione del ‘68, il cui atteggiamento era sempre molto critico, trova consenso. Lo Stern lo festeggiò nel 1971 come “il santo sulla montagna”, lo Spiegel ne parlò entusiasta due anni prima come “dio da poter toccare”.

Il presidente del consiglio direttivo del gruppo mediatico Springer (gruppo editoriale per esempio del giornale scandalistico “Bild” e del giornale conservatore “Die Welt”; ndt) Mathias Döpfner, l’ex regina del porno Dolly Buster, la star del calcio Mehmet Scholl, l’ex ministro dell’economia Otto Graf Lambdsdorff, l’inventore delle Love Parade Dr. Motte – infinite celebrità tedesche venerano Tenzin Gyatso, il quattordicesimo Dalai Lama.

Perché questo infinito entusiasmo? Perché il cristianesimo ha perso in Occidente credito e credenti e si é creato un vuoto, in cui si é sviluppato il Buddismo come una sorta di religione del benessere (Wellness – Religion in tedesco). Perché la pacifica calma che incarna il Dalai Lama semplicemente ha un effetto benefico nella dura battaglia della concorrenza, poiché il suo irradiare positività sembra allontanare ogni paura delle crisi e poiché in Occidente prolifera un romanticismo tibetano, un trasfigurazione del regno delle nevi sul tetto del mondo, nel cui più remoto angolo nel 1935 è nato Tenzin Gyatso in un rifugio con una grondaia di legno di ginepro.

L’esperto d’Asia Orville Schell, direttore del “Centro per i rapporti sino-americani” di New York, ha in innumerevoli opere spiegato come si é sviluppato il mito del Tibet a partire dal suo secolare isolamento, come cioè un sapere manchevole lasci fiorire le fantasie. Tutto é cominciato nel 1933 con il romanzo di James Hilton “Lost Horizon”, che apparve inizialmente in tedesco con il titolo “Irgendwo in Tibet” (“Da qualche parte in Tibet”), che si svolge nel paradiso del sole Shangri – Là, dove nessuno deve lavorare e tutti vivono in eterna pace. La fabbrica di sogni di Hollywood ne ha attinto a piene mani, creando una simbiosi tra il Tibet e la cultura pop e con il film “Kundun” ha eretto un monumento a Tenzin Gyatso. “Poiché il Tibet é ancora così inaccessibile” – osserva Schell – “esso esiste nella rappresentazione occidentale più come un sogno che come realtà, un terra su cui possiamo proiettare tutta le nostre nostalgie (“Sehnsüchte” nel testo) postmoderne”.

“Io sono per voi, quello che volete che io sia” dice il Dalai Lama. E così la star dell’alpinismo Reinhold Messner lo vede come un combattente per la protezione dell’ambiente. Al regista premio Oscar Florian Henckel von Donnersmarck piace che faccia della felicità il contenuto centrale della sua religione”. L’attrice Uma Thurman spera nell’assoluzione per il suo film pieno di sangue e violenza “Kill Bill”: “Il Dalai Lama riderebbe a crepapelle”, se lo vedesse. E il Dalai Lama sta al gioco, incurante, rimanendo “aperto” a tutte le interpretazioni, fino all’indifferenza.

Per presidenti e capi di governo é l’ideale mezzo di comunicazione, al suo fianco perfino George W. Bush appare pacifico o l’iperattivo Sarkozy mite. E il noioso presidente dell’Assia Roland Koch sembra come se avesse anch’egli un po’ d’Esprit. Presso i conservatori e i politici di destra il gioco della strumentalizzazione reciproca funziona particolarmente bene. Il Dalai Lama era strettamente legato con il politico austriaco di estrema destra Jörg Haider, che più volte andò a trovare in Carinzia.

La guida dei Tibetani ha giá 74 anni, ma é in tour senza pausa per l’Occidente da relativamente poco tempo. Nel giugno del 1979 il Dalai Lama tenne a Mont Pélerin, in alto sopra il lago di Ginevra, per la prima volta in Europa una lezione pubblica davanti ad un grande pubblico. “L’interesse per il Dalai Lama era allora piuttosto basso, non ci fu nemmeno una volta bisogno della protezione della polizia”, afferma uno degli organizzatori dell’epoca, che oggi vive in Svizzera.

Nel frattempo il Dalai Lama é divenuto popolare nel mondo, non più però in tutti i conventi dei buddisti tibetani. “Nella nostra comunità ci fu più di dieci anni fa una rottura” spiega un compagno di strada di un tempo. A prima vista si trattava di un santo protettore, che la confraternita non poteva più venerare; nel cuore della disputa religiosa c’era invece una battaglia di potere che fino ad oggi si é combattuta a suon di intrighi, calunnie, intimidazioni. Per paura di repressioni il confidente del Dalai Lama di un tempo chiede di rimanere anonimo.

La “Comunitá dei Tibetani in Svizzera” intima a tutti i tibetani della Confederazione che abbiano compiuto il diciottesimo anno di cessare, con effetto immediato, la venerazione del santo protettore tibetano Dorje Shugden e di sottoscrivere un elenco di otto punti. “Quei pochi tibetani che criticano pubblicamente, in modo infondato e smodatamente Sua Santitá il Dalai Lama, sono da noi riconosciuti come collaboratori del regime cinese”.

Questa strategia – chi non é con me é contro di me o anzi sta con i miei arcinemici – e il tono rigido non si adattano un granché con il mite modo di presentarsi che il Dalai Lama mostra in Occidente. La sua corte in Dharamsala é strutturata in modo feudale come nel vecchio Tibet, dominata da oracoli e rituali che con la tolleranza e la trasparenza occidentali hanno poco in comune. L’improvviso divieto pronunciato dal Dalai Lama nel 1996 del culto del santo patrono Shugden, venerato dal XVII secolo – uno delle centinaia di santi nel canone buddista – ha fatto cadere molti credenti tibetani in uno stato di insicurezza. Per loro tale divieto é incomprensibile. Per chi guarda dall’esterno è difficilmente comprensibile la spietatezza con cui tale divieto viene imposto. Prima del bando venerava Shugden circa un terzo dei 130 000 tibetani in esilio, ora in India si dichiara pubblicamente a favore di quel culto solo qualche migliaio. A proposito di come si attengano a tale divieto i 5000000 di tibetani in Cina non ci sono fonti indipendenti.

Il giornalista Beat Regli mostrò nel 1998 sulla televisione svizzera per la prima volta le sconvolgenti immagini del conflitto che covava nella comunità tibetana in esilio in India. Monaci di età avanzata che tra le lacrime rimpiagevano di non essere già morti prima del bando del culto di Shudgen. Una famiglia disperata a cui era stata incendiata la casa. Schede segnaletiche, con cui i malvisti venivano stigmatizzati. E un Dalai Lama che difendeva il suo bando di scomunica senza compromessi. “Wrong, wrong”, sbagliato, sbagliato, ripeteva il Dalai Lama, freddo e con una asprezza, di cui nessuno in Occidente lo riteneva capace, lui, il sempre sorridente vincitore del premio Nobel per la pace.

In Dharmsala prosegue ancora oggi tale scontro. I monaci che si oppongono agli ordini del Dalai Lama denunciano massicce discriminazioni. Parenti e amici sono messi sotto pressione. I negozi appendono cartelli alle porte “Ingresso vietato” ai credenti di Shugden.

Nell’anno passato il monastero Gaden Shartse nella città di Mundgod nel sud dell’India festeggiava l’inaugurazione di una nuova sala di preghiera. “Sarebbe dovuta essere una grande festa”, racconta un monaco allora presente ma che ha oggi paura a far sapere il suo nome. Era venuto persino il Dalai Lama e con lui le molte delle più alte autorità. Tuttavia negli interventi e nei discorsi fu trattato solo il vecchio tema di scontro a proposito di Dorje Shudgen. Poi ai monaci sarebbe stato intimato di sottoscrivere una dichiarazione circa il non praticare più in futuro il culto di Shugden. Il dissidio é tanto andato avanti che la direzione del convento poco tempo dopo ha dovuto lasciar costruire un muro alto quanto un uomo attraverso il cortile del convento.

Il dissidio religioso tiene occupata nel frattempo la giustizia civile. Su richiesta della “Comunità Dorje Shugden”, il più alto tribunale di Nuova Delhi dovrebbe chiarire se la “discriminazione religiosa” degli adepti di Shugden sia compatibile con il diritto indiano. Una decisione é attesa per la fine dell’anno.

Il Dalai Lama dice che il culto di Shugden nuocerebbe alla sua vita e “agli affari del Tibet”. Non vengono date ulteriori spiegazioni. Gli oppositori suppongono che il santo venga tolto di mezzo poiché sarebbe in concorrenza con l’oracolo statale del Dalai Lama; il santo Shugden viene infatti interpellato come oracolo.

Il governo tibetano in esilio nega ogni accusa. “Ce ne è solo una manciata di questi uomini (i seguaci di Shugden, ndt) ed essi sono totalmente al soldo della Repubblica Popolare Cinese. Questi sono i soli che parlano ancora oggi di questo tema” dice Samdhong Rinpoche, primo ministro del governo in esilio. Essere al soldo dei cinesi, questo é la peggiore accusa che si può fare ad un tibetano.

La capitale dei rifugiati tibetani si trova a McLeod Ganj, un luogo appena fuori la capitale distrettuale Dharamsala, dodici ore di bus a nord di Nuova Dehli. Nel 1960 si trasferì qui il Dalai Lama con dozzine dei suoi più stretti collaboratori, nella residenza un tempo dei comandanti del presidio britannico. Migliaia di seguaci lo hanno seguito. Nel frattempo molti indiani della regione chiamano il luogo “Little Lhasa”. McLeod Ganj é un luogo molto piccolo, solo due trafficate strade a senso unico che serpeggiano verso la montagna.

Circa 600000 turisti della rinascita spirituale vengono qui ogni anno. I caffé e i bar fanno soffiare nella valle musica ad alto volume. Banchetti di souvenir con i loro articoli kitsch – religiosi fiancheggiano le strade, un negozio offre la “moda dei monaci”. I giovani tibetani indossano jeans e t-shirt, i turisti dall’occidente vestono come gli attori in un film biblico. Little Lhasa é divenuta il Ballermann (locale alla moda di Palma de Majorca, molto amato dai turisti tedeschi, ndt) per chi è alla ricerca del senso della vita.

Il piccolo quartiere governativo é un po’ fuori mano, ai piedi della montagna, con i suoi minuscoli ministeri, il parlamento e una biblioteca in un palazzone a forma di cassetta a due piani. Il Dalai Lama sottolinea spesso che i tibetani in esilio in India avrebbero messo in piedi un sistema democratico. C’e’ un parlamento con un numero di deputati da 43 a 46. Le sedute vengono registrate su DVD e spedite a tutti gli insediamenti di esuli dal Tibet. In teoria il parlamento potrebbe prendere decisioni contro il Dalai Lama. “Questo non è tuttavia ancora mai accaduto“”dice Penpa Tsering, il Presidente del Parlamento. “Tutti hanno una grande fiducia in Sua Santità. Egli vede la questione tibetana da molte prospettive, riceve molte informazioni ed é molto, molto logico”.

A lungo i componenti della famiglia di Sua Santità hanno occupato poltrone importanti, dal 2001 il primo ministro viene eletto direttamente dal popolo. All’elezione del 2006 questi fu confermato nel suo incarico con oltre il 90% dei voti. La struttura politica a Little Lhasa é disposta soprattutto in modo tale da confermare le decisioni del Dalai Lama e cementare il suo potere. I partiti non hanno alcun ruolo. La costituzione dei tibetani in esilio non prevede una separazione tra stato e chiesa, sebbene essa si riconosca con eloquenti parole negli “ideali della democrazia”.

Nel 1990 apparve per la prima volta il giornale tibetano indipendente “Mang-Tso“ (Democrazia) – e divenne rapidamente il più importante mezzo di comunicazione della comunità di rifugiati a Little Lhasa. “Noi scrivevamo a proposito di brogli elettorali, corruzione e tutto ciò che c’é anche in qualsiasi altro paese”, racconta Jamyang Norbu, all’epoca caporedattore. “Mang-Tso” era scomodo. La redazione non si lasciò intimorire nemmeno quando diversi redattori ricevettero minacce di morte, mentre i giovani strilloni del giornale venivano minacciati per strada. Nel 1996 tuttavia la situazione precipitò subito dopo un servizio a proposito della setta Aum, che aveva commesso gli attacchi nella metropolitana di Tokio nel 1995 con gas velenosi, attacchi in cui morirono in tutto 12 persone e centinaia furono ferite. Con il capo della setta terroristica, Shoko Asahara, il Dalai Lama si era più volte incontrato. Ancora settimane dopo gli attacchi col gas il Dalai Lama definiva l’assassino guru della setta un “amico, per quanto non del tutto perfetto”; solo tempo dopo il Dalai Lama ha preso le distanze dalla setta Aum. A causa di questo articolo “le autoritá religiose hanno messo prontamente sotto pressione il giornale”, così come scrisse allora l’organizzazione “Reporter senza frontiere”. “Mang-Tso” dovette chiudere; fu la fine della “Democrazia”.

Critica e pubblici dibattiti non sono graditi a Little Lhasa. Il Dalai Lama preferisce chiedere consiglio agli dei e ai demoni. L’oracolo ufficiale dello Stato di Sua Santità si chiama Thupten Ngodup, classe 1958, che vive nel monastero di Nechung, proprio dietro il Palazzo del Parlamento, una volta scese le scalinate.

Da secoli il Dalai Lama si lascia consigliare da questo oracolo a proposito di tutte le importanti decisioni politiche e religiose. Dopo la morte del suo predecessore nel 1987, Thupten Ngodup fu investito del ruolo di veggente ufficiale del Dalai Lama. Corre voce che egli abbia ravvisato per la prima volta la sua abilità in diversi sogni e visioni. Come ulteriore indicazione delle sue capacità extrasensoriali é valso anche il suo perdere spesso sangue dal naso. Se il Dalai Lama ha una domanda, Thupten Ngodup indossa la sua pesante veste cerimoniale di 40 Kg. L’incenso viene acceso e degli aiutanti gli mettono un’imponente corona sul capo. Quindi l’oracolo danza sulla musica dei corni e dei cembali fino a che non cade in trance e inizia a mormorare frasi che sono comprensibili solo ad orecchie addestrate. Il Dalai Lama crede fermamente alle sue profezie. Ha infatti avuto a dire in una constatazione retrospettiva che “l’oracolo ha sempre avuto ragione”.

La democrazia é tutt’altro. Tuttavia la critica allo stile di governo del Dalai Lama trova raramente risonanza. Ciò viene infatti ad essere inibito dalla solidarietà con un popolo oppresso che ha come nemico la superpotenza cinese. Cacciato dalla sua terra il patriarca tibetano deve stare a guardare come lì vengano commesse terribili ingiustizie e venga cancellata l’antica cultura.

Il gruppo dirigente comunista a Pechino designa nella sua campagna persecutoria il Dalai Lama come “lupo in abito da monaco”, come “diavolo con il viso di un uomo e il cuore di una bestia”. Contemporaneamente le forze di sicurezza cinesi schiacciano ogni moto liberale sull’altopiano tibetano. Nessuna sorpresa se dunque la maggior parte degli occidentali parteggino per la parte più debole.

Tuttavia il Tibet – ben altro rispetto alla rappresentazione che se ne ha in Occidente – non é mai stato un paradiso. Quando nel 1950 vi penetrarono le truppe cinesi, il Tibet si trovava nel più profondo medioevo. Monaci e nobili si spartivano il potere; la maggior parte degli uomini viveva come schiavi, servi della gleba o in schiavitù per debiti. Una brutale polizia religiosa proteggeva il sistema a manganellate e frustate. Molti monasteri disponevano di proprie celle di prigionia. Perfino l’amico del Dalai Lama Heinrich Harrer (il sopramenzionato comandante maggiore delle SS, ndt) rimaneva spesso scioccato: “Il potere dei monaci in Tibet é più unico che raro e si lascia paragonare solo con una ferrea dittatura. Sospettosi, questi sorvegliano su qualsiasi influsso che provenga dall’esterno che possa mettere in pericolo il loro potere. Sono saggi abbastanza da non credere loro stessi per primi alla illimitatezza delle loro forze, ma sono pronti a punire chiunque esterni dubbi in tal senso”. Harrer racconta di un uomo che aveva rubato una lampada d’oro in un tempio. Gli fu tagliata la mano pubblicamente. Poi “il suo corpo mutilato fu cucito dentro la pelle bagnata di uno yak. Quando la pelle fu asciutta, venne buttato nel più profondo burrone”.

I cinesi si acclamarono dopo l’ingresso in marcia come i liberatori del popolo tibetano, distrussero monasteri e allestirono un nuovo apparato d’oppressione, ora comunista. La propaganda di Pechino ha spesso sottolineato che il Dalai Lama, al contrario dei suoi slogan pacifici, ha appoggiato l’opposizione armata nel suo paese, anche con la collaborazione degli “imperialisti stranieri”. E a dire il vero, entrambi i fratelli più vecchi del Dalai Lama avevano instaurato contatti con i servizi segreti americani. Negli anni seguenti la CIA addestrò a Camp Hale, sulle Montagne Rocciose, circa 300 tibetani alla guerriglia. In una notte di luna piena nell’ottobre 1957 si lanciarono sul Tibet da un B17 nero senza indicazioni di nazionalità i primi combattenti scelti tibetani. Nel caso di arresto da parte dei cinesi ogni combattente aveva con sé un’ampolla di cianuro.

Gli agenti tibetani protessero il Dalai Lama anche durante la sua fuga in India, attraverso telegrafi ad alfabeto Morse erano in contatto con la CIA. In seguito gli americani finanziarono l’allestimento di una armata di ribelli nel regno nepalese del Mustang. Solo quando all’inizio degli anni ‘70 il commercio con la Cina si intensificò, il programma fu cessato.

Molti sostenitori del Dalai Lama che vedono il Buddismo più come un culto esoterico che come una religione rimangono stupefatti quando sentono parlare della collaborazione del loro idolo con i sevizi segreti americani, o se vengono a sapere che la diffusione del Buddismo in Asia si svolse in maniera tanto sanguinosa quanto quella dell’Islam in Arabia o delle crociate cristiane. Continuamente si svolgono ancora in singoli monasteri in Tibet brutali conflitti. Il buddismo non é necessariamente più tollerante di altre religioni. In una intervista con “Playboy” il Dalai Lama definì le pratiche omosessuali come “comportamenti illeciti”, e allo stesso modo i suoi insegnamenti definivano “il praticare sesso orale o anale con la propria moglie o partner”. Su consiglio delle sue case editrici americane sono stati tolti passaggi dello stesso tono dal suo libro “Ethics for the New Millenium”.

Il Dalai Lama é un uomo di armonia, vuole riuscire ad accontentare tutti. Tuttavia, in futuro dovrà affrontare i conflitti. Dopotutto la critica cresce anche nella comunità in esilio. “Sua Santità vive come in una bolla, senza contatto con il mondo esterno”, ci dice l’attivista da anni Lhasang Tsering, che oggi gestisce una libreria a Little Lhasa. “Politica e religione dovrebbero essere finalmente divise”.

È quello che richiede anche Jamyang Norbu. “Il Dalai Lama non é un uomo cattivo”, afferma il caporedattore di un tempo del giornale “Mang-Tso”, “ma comincia ad essere un ostacolo al nostro sviluppo”. E aggiunge: “Noi non abbiamo affatto la democrazia. Molto é perfino peggio oggi che nel 1959. Nei tempi passati c’erano tre centri del potere politico: il Dalai Lama, i monasteri e i nobili.”Oggi é rimasto solo il Dalai Lama come unica persona di potere”.

di Tilman Müller e Janis Vougioukas su “Stern”.

Traduzione di Ercole Erculei